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Il volto “simbolo” di Anna Iberti, che incarna il nuovo ruolo della donna, attraversa un buco nella copertina del Corriere della Sera del 6 giugno 1946 con la notizia dei risultati della nascita della Repubblica Italiana. (Foto Federico Patellani per il settimanale Tempo, edizione del 15 giugno 1946)

Il sospetto sulla morte di Papa Pio XI, la Prima Repubblica e il futuro dell’Italia

Gli inizi della Prima Repubblica

Il 2 giugno 1946 nasceva la Repubblica italiana. Finalmente si usciva dal tunnel del conflitto bellico e si guardava al futuro con rinnovata fiducia. 

C’è come un senso nostalgico quando si parla di quei tempi, e si ha la sensazione che quegli anni fossero migliori.

Alcuni ritengono anche che quel periodo, definito dai giornali italiani Prima Repubblica, fosse ispirato ai valori cristiani, al contrario della Seconda Repubblica, che nacque dopo le elezioni politiche del 1994 in seguito all’inchiesta Mani Pulite e lo scandalo di Tangentopoli, iniziato il 17 febbraio 1992 con l’arresto del politico socialista Mario Chiesa.

Tangentopoli portò al crollo degli storici partiti che avevano guidato fino ad allora la Prima Repubblica.

Ma davvero la Prima Repubblica era ispirata ai valori cristiani? E se la domanda potrebbe sembrare sterile ed annosa, in realtà è di importanza fondamentale per comprendere fino in fondo gli avvenimenti odierni che riguardano non solo l’Italia, ma anche l’Europa occidentale.

Facciamo un veloce passo indietro: molti degli uomini che erano appartenuti ai Comitati di Liberazione Nazionale sparsi sul territorio durante la resistenza, andarono a rivestire poi incarichi pubblici e di governo alla nascita della novella Repubblica. Tra loro un membro che poi fu di eccellenza era il futuro Presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Ma nubi oscure si addensano all’orizzonte. La prima domanda da porsi è chi furono infatti gli uomini appartenenti ai vari Comitati di Liberazione Nazionali e se fu sempre integerrimo il loro comportamento.

Facendo delle indagini storiche e incontrovertibili, si evince che molti dei membri di quei Comitati non potevano non essere a conoscenza delle stragi e delle sevizie raccapriccianti che contarono come vittime fascisti o presunti tali e che avvennero sul territorio italiano, in particolare nel Nord Italia.

Stragi che non risparmiarono nessuno, donne giovanissime, donne incinte o bambini. Ne abbiamo già parlato. Un caso emblematico fu il rapimento, lo stupro di gruppo e il feroce pestaggio per tre lunghi giorni di una bambina di appena 13 anni, fino all’esecuzione con un colpo di pistola e all’abbandono del cadavere nudo in un mucchio di altri nei pressi di un cimitero.

La “colpa” di Giuseppina Ghersi, questo era il suo nome, fu quella di avere scritto a scuola un tema che la maestra decise di inviare al Capo del Governo, ricevendo i complimenti della segreteria particolare del Duce. Per questo episodio la bambina fu accusata di collaborazionismo.

Giuseppina Ghersi, violentata e uccisa a 13 anni per un tema premiato da Mussolini - UnMondoD'Italiani

Giuseppina Ghersi il giorno della Prima Comunione


Poco tempo fa, al Forum economico di San Pietroburgo, Vladimir Putin ha voluto far trasmettere un documentario contenente i filmati delle stragi orribili che i nazisti di Bandera compirono in Ucraina, su uomini, ma soprattutto donne e bambini di origine polacca o ebraica. Bruciati vivi, mentre neonati venivano inchiodati a delle tavole per poi cavare loro gli occhi. Splendidi bimbi orribilmente mutilati e assassinati.

Ma quel che accade in Italia nel dopoguerra – come abbiamo visto – non fu affatto da meno rispetto a quei fatti terrificanti. La cosa che colpisce di più ancora oggi, è il silenzio complice di quegli anni arrivato intatto fino a noi. Non una parola sui libri di storia destinati alle scuole, mai un ricordo, mai un memoriale, da parte di una politica ipocrita e corrotta, che è prodiga di memoriali solo quando a dover essere ricordati sono “gli altri”. E che rimane in silenzio soprattutto quando si tratta di ricordare le tantissime stragi di cattolici o di cristiani in genere. Basti pensare al silenzio, dal dopoguerra fino ad oggi, sullo sterminio dei cattolici polacchi durante l’ultimo conflitto bellico o l’altrettanto immane sterminio di milioni di russi nei gulag, sotto Stalin.

Il silenzio della gerarchia della Chiesa

Anche la gerarchia della Chiesa – spiace doverlo ricordare – fu molto tiepida in quei giorni di sangue. Le esecuzioni di massa imperversavano nel Nord Italia dopo quel fatidico mese di aprile del 1945 e le uccisioni continuarono per almeno due anni. In particolare fu colpita l’Emilia-Romagna, eppure sono scarsissime le parole di denuncia arrivate fino a noi.

Almeno per quello che sono i dati conosciuti a mia disposizione. Fu persino coniato il termine di “Triangolo della morte” per il perimetro compreso tra le zone di Bologna, Modena e Reggio Emilia, data la concentrazione di omicidi.

Degna di nota è soltanto la denuncia del vescovo di Reggio Emilia Beniamino Socche, all’indomani dell’esecuzione del sacerdote don Umberto Pessina, parroco di San Martino Piccolo di Correggio, avvenuta il 18 giugno 1946. Il vescovo indignato prese pubblicamente posizione al funerale del sacerdote, celebrato solennemente, e dedicò a don Pessina  l’orazione nel giorno del Corpus Domini, che cadde il giorno seguente.

Gli omicidi continuarono e nel Reggiano la situazione era divenuta insostenibile, e così Palmiro Togliatti, segretario del PC, si recò di persona a Correggio. Tenne un discorso molto duro di fronte ai dirigenti provinciali del partito, e così le  continue violenze cessarono. Furono aperte le fosse comuni dove erano stati occultati centinaia di cadaveri.

È molto alto infatti il numero dei preti della Chiesa Cattolica perseguitati ed uccisi in Italia. Un altro timido tentativo da ricordare venne sempre da parte del vescovo di Reggio Emilia Beniamino Socche che nei primi anni Cinquanta costituì un comitato allo scopo di far erigere un monumento al “prete ignoto”.

Purtroppo non riuscì nello scopo a causa della forte opposizione della sinistra locale che ormai aveva assunto il comando totale di quei territori, tanto da poter fermare persino un vescovo in un’iniziativa del genere. Questo fu lo specchio dell’Italia di allora, questi gli albori della famosa Prima Repubblica.

Una Repubblica della quale non dobbiamo dimenticare le origini.

Deve far riflettere l’iniziativa del Gran Maestro Stefano Bisi del Grande Oriente d’Italia che ha anche inviato tempo fa una lettera al presidente del Senato Ignazio La Russa. Bisi, intervistato da Radio Radicale, è tornato sulla controversia che ha per oggetto la storica sede del Goi confiscata dal regime fascista e mai restituita alla Comunione dallo stato italiano. La soluzione onorevole, ha spiegato Bisi, potrebbe essere quella di dare applicazione alla transazione firmata nel 1991 che assicurava al Grande Oriente d’Italia 140 metri quadri di Palazzo Giustiniani da destinare a Museo della Massoneria. Quale occasione migliore, ha detto il Gran Maestro, se non dare attuazione a questo progetto in coincidenza con i 75 anni della Costituzione intitolando il Museo a un personaggio importante per l’Italia, Meuccio Ruini, un grande giurista, un grande massone, ingiustamente dimenticato, il cui nome è indissolubilmente legato alla nascita della Repubblica italiana per essere stato eletto nell’Assemblea Costituente e aver presieduto la Commissione dei 75 istituita il 15 luglio 1946 cui toccò il compito di redigere la Costituzione?

Benito Mussolini “appartenente alla massoneria”

Se questa fu la nascita della Prima Repubblica, c’è anche chi continua a scrivere che Benito Mussolini avrebbe fatto parte della massoneria. Niente di più falso si potrebbe affermare, ed è il palese tentativo di confondere le acque da parte di una certa falsa controinformazione.

Per le parole: “Benito Mussolini appartenente alla massoneria”, basti ricordare fu proprio il Duce a volere la rimozione della corona creata dal Gran Maestro del Grande Oriente Ettore Ferrari dedicata a Giuseppe Garibaldi, primo Gran Maestro della Massoneria italiana.

Mussolini volle fosse sostituita con i simboli del Fascismo: nel 1943, allorquando vi fu la caduta del regime fascista, la corona fu immediatamente riposizionata, anche se non più l’originale. E se questo fatto da solo non ci dice abbastanza sulla presunta “appartenenza” di Benito Mussolini alla massoneria, basterà ricordare la feroce opposizione che tutte le alte sfere della vita sociale di allora opposero a Mussolini.

I vertici della Marina, una parte degli industriali, l’aristocrazia, rimasero fedeli ai Savoia, e contro il Duce. Il conflitto bellico fu la grande occasione per poter dare una spallata decisiva a Mussolini. È da non dimenticare come una grande parte degli alti ufficiali della Marina fossero sposati con donne straniere di lingua anglofona e fossero legati doppio filo con la frammassoneria britannica.

Uno dei grandi errori che Mussolini commise, se di errore si può parlare, fu quello di aver dimostrato invece magnanimità verso i suoi oppositori. Questi, se si esaminano i dati veri e reali, sono fatti storici incontrovertibili: persino l’esecuzione del genero Galeazzo Ciano dopo il tradimento fu voluta ostinatamente – come scriverà nelle sue memorie la figlia di Mussolini, Edda – da donna Rachele, “il vero dittatore di casa”.

Come è noto, donna Rachele era la moglie di Benito Mussolini e madre di Edda, a sua volta sposata con Galeazzo Ciano.

Il Presidente più amato dagli italiani

Un’altra tesi solitamente molto sostenuta è quella vede il “Presidente della Repubblica Sandro Pertini” come “il più amato dagli italiani”. Ma a parte le simpatie calcistiche e un’abile opera di propaganda mediatica a suo favore, quello che invece ci rimane storicamente è la sua appartenenza al Comitato di Liberazione Nazionale durante le stragi partigiane. Rimane anche il suo legame con Giuseppe “Vero” Marozin, partigiano della Brigata Pasubio e colpevole di crimini (prima che divenisse partigiano), nonché accusatore dello stesso Pertini quale mandante della strage Ferida Valenti. Rimane anche il sospetto su di lui per essere implicato nell’attentato di via Rasella.

Giuseppe Marozin - Wikipedia

25 aprile 1945, Pertini tiene un affollato comizio in Piazza Duomo a Milano. Marozin è il primo alla sua sinistra


Rimangono anche le sue numerose intemperanze mentre era lontano dalle telecamere e le sue indebite pressioni sulla stampa allorquando fu pubblicato un articolo non gradito su di lui. E le ingerenze allo scopo di ottenere un licenziamento.

Appena fu eletto presidente della Repubblica, inoltre, Sandro Pertini concesse la grazia a Mario Toffanin, ex partigiano comunista responsabile del massacro di Porzus, nonostante non si fosse mai pentito dei suoi crimini e per questi fosse stato condannato all’ergastolo.

Il massacro di Porzus avvenne nel febbraio 1945 a causa di un’accusa di spionaggio falsa. Furono pertanto fucilati ben 17 partigiani appartenenti alla Brigata Osoppo, cattolici e socialisti, da parte di partigiani comunisti appartenenti al Gap. A Toffanin uscito dal carcere lo Stato italiano concesse pure la pensione di cui godette per vent’anni.

Eppure quando si ricordano questi fatti storici sorge quasi sicuramente qualcuno dalla cosiddetta “controinformazione” pronto ad indignarsi. Sembra che ancora ora non si voglia affatto che venga alla luce la verità, mentre certi personaggi che hanno fatto parte della storia del nostro Paese rimangono intoccabili e tali devono restare. Probabilmente perché con il falso mito della loro memoria si deve continuare anche a tenere in piedi il falso mito della Prima Repubblica, da ricordare con nostalgia e desiderio.

Nostalgia: forse, perché certamente erano presenti allora valori che sono stati cancellati. Anche la classe politica aveva una cultura e una dignità che oggi è soltanto un ricordo.

Ma è vero anche che questi uomini avevano un vissuto e uno spessore culturale di un’altra epoca, dove ancora non era arrivato il nichilismo moderno.

Tuttavia, se i tempi furono apparentemente migliori, la Prima Repubblica viaggiava a velocità rapida verso la Seconda. Il boom economico degli anni Sessanta non fu casuale ma voluto dai nostri Alleati e liberatori perché in quel periodo storico faceva comodo un’Italia forte. Forte sì, ma mai sovrana.

La sovranità persa dall’Italia in quel fatidico 1945 non fu mai riacquistata. Quando alcuni uomini di valore tentarono di risollevare la testa per servire il Paese e dare all’Italia indipendenza economica e sovranità, furono puniti con la morte o con l’esilio e il pubblico ludibrio.

Il caso Mattei

E’ il caso di Enrico Mattei che fu sul punto di liberare l’Italia dalla sua dipendenza energetica, osando sfidare le Sette Sorelle, le grandi compagnie petrolifere americane.

L’aereo di Mattei decollato a Catania fu manomesso dalla mafia, braccio armato delle massonerie, per poi esplodere in volo nei cieli della Lombardia e precisamente a Bascapè, 1755 anime da ultimo censimento, ad est di Pavia, dove alcuni videro un piccolo aereo precipitare ed esplodere, avvolto dalle fiamme. I testimoni dell’epoca assistettero dunque all’esplosione, salvo poi ritrattare dietro compensi: a molti furono costruite persino delle abitazioni in cambio del silenzio, secondo quanto raccontano ancora oggi abitanti di quelle zone che ho potuto ascoltare personalmente. Oppure i testimoni ritrattarono dietro minacce.

Enrico Mattei sull’aereo aziendale (fonte: archivio storico Eni)


Era la sera del 27 ottobre 1962 quando avvenne la tragedia.

Vennero aperte due indagini: la prima dal 1962 al 1966, affiancata dal lavoro di una commissione ministeriale incerta tra un guasto e un errore del pilota, malgrado si trattasse di un pilota di eccezionali capacità. Il pm Santachiara diede la colpa alla stanchezza di Bertuzzi, una leggenda dell’aria che si sarebbe affaticato nel breve tragitto dalla Sicilia alla Lombardia.

La seconda inchiesta fu aperta nel 1994. Si diede concretezza al sospetto che sulla morte di Mattei ci fosse la mano della mafia, che avrebbe potuto agire per conto terzi. Il pm Vincenzo Calia accumulò una mole di documenti e carte, con 12 perizie e 614 testimoni sfilati in aula a deporre, 13 faldoni e 5000 pagine. Venne riesumata la salma di Mattei per altri accertamenti, arrivando alla conclusione e all’ipotesi di un ordigno esploso a bordo dell’aereo.

L’inchiesta fu incredibilmente archiviata. Quando venne intervistato anni fa, il magistrato Calia affermò a proposito del padre dell’Eni: «Mattei si poneva come obiettivo l’autonomia energetica dell’Italia, la sua scomparsa azzerò quel progetto industriale e il nostro Paese tornò a dipendere dai grandi produttori internazionali».

Due uomini troppo ingombranti

Sulla figura di Aldo Moro, assassinato materialmente dalle Brigate Rosse il 9 maggio 1978 ma in realtà su mandato del deep state americano, e su quella di Bettino Craxi, non mi soffermo, perché le due figure meriterebbero un articolo a parte data la complessità delle vicende.

Soltanto una brevissima considerazione: fu da un emendamento di Aldo Moro che, nell’articolo 32 della Costituzione italiana, prese forma il secondo comma in merito all’obbligo «a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge». Moro volle fosse precisato anche che: «La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dalla dignità umana».

Parole di importanza fondamentale, quelle che Aldo Moro fece integrare al testo della Costituzione agli albori della novella Repubblica: esse, alla luce dei fatti gravissimi accaduti in Italia a partire dal marzo 2020, assumono oggi tanto più importanza dopo il golpe mondiale del COVID e l’imposizione del certificato verde ai lavoratori italiani.

È come se Moro avesse già intravisto i pericoli che correva la Repubblica democratica fondata sul lavoro.

Un altro doveroso cenno in proposito della vicenda accaduta a Sigonella nel 1985, quando Craxi rese l’Italia un Paese sovrano, e per questo pagò con l’operazione ad orologeria della giustizia italiana “Mani Pulite”, il fango mediatico e l’esilio in Tunisia. Gli fu negato, essendosi poi ammalato gravemente, persino la possibilità di curarsi in Italia o in Francia.

Eppure si trattava della stessa Francia che diede asilo a tanti uomini ricercati dalla giustizia italiana per terrorismo e che si macchiarono di crimini gravissimi.

È importante rilevare come in quel momento l’Italia avesse un orientamento politico filo arabo. Dopo la caduta voluta e programmata di Bettino Craxi e l’avvento della “Seconda Repubblica”, la nuova classe politica italiana ormai totalmente asservita alle élite internazionali e di scarso profilo culturale, sarà esclusivamente filo israeliana.

A significare il cambio di passo di governi solo di facciata e a servizio di quei gruppi finanziari che decidono da troppo tempo le sorti dell’Occidente.

Sono da non dimenticare, a tal proposito, le parole che l’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi pronunciò nel 1984 in occasione delle discussioni che accompagnarono la normativa da cui nacque l’otto per mille alla Chiesa Cattolica, con la revisione del Concordato del 1929.

Craxi comandò perentorio: «Non affamate i preti». Secondo la convinzione «che l’Italia, il tessuto e anche la vita democratica del Paese senza la Chiesa e il suo clero non reggevano» (Gennaro Acquaviva, “Quello strumento di conciliazione e di solidarietà”, L’Osservatore Romano, 14 febbraio 2010).

Messa in ricordo di Bettino Craxi

Bettino Craxi (Milano, 24 febbraio 1934 – Hammamet, 19 gennaio 2000)


La figlia di Bettino Craxi, Stefania, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera pochi mesi fa, ha ricordato un episodio tratto dalla vita familiare, quando lei e il padre erano soliti recarsi di domenica a passeggiare nei pressi del lago di Como. Fu una di queste volte che si ritrovarono davanti al cancello dove era stato fucilato Benito Mussolini.

Il cartello posto diceva: «fatto storico». Indignato, Bettino Craxi esclamò: «Che ipocrisia, si vergognano di quello che hanno fatto!». Portò quindi la figlia da un fioraio, comprò un mazzo di fiori e tornò a deporlo sul luogo dove Mussolini era stato assassinato.

Già, dove aveva perso la vita Benito Mussolini, fino all’ultimo rimasto al servizio del Paese. Come sottolineò egli stesso nella sua ultima intervista, avrebbe potuto fare riparo alla caduta del Fascismo in un Paese dell’America Latina. Invece Mussolini volle accettare l’incarico di capo del governo della Repubblica Sociale Italiana, non volendo lasciare quel che restava del Paese allo sbando, e firmando così lucidamente e consapevolmente la sua condanna a morte.

Achille Ratti, Papa Pio XI

Ambrogio Damiano Achille Ratti nacque a Desio il 31 maggio 1857.

Uomo di eccezionale erudizione, fu frequentatore assiduo di biblioteche e archivi, in Italia e all’estero, dottore della Biblioteca Ambrosiana e dal marzo 1907 fu anche prefetto della stessa biblioteca.

Gli studi intrapresi da Ratti si rivelarono presto di grande portata: gli Acta Ecclesiae Mediolanensis, la collezione completa degli atti dell’arcidiocesi di Milano, di cui pubblicò i volumi II, III e IV rispettivamente nel 1890, nel 1892 e nel 1897, e il Liber diurnus Romanorum Pontificum, una collezione di formule utilizzate nei documenti ecclesiastici. Scoprì anche la biografia più antica di sant’Agnese di Boemia e per studiare soggiornò a Praga; inoltre a Savona, casualmente, scoprì gli atti di un concilio provinciale milanese del 1311, di cui si era persa memoria.

Ratti conseguì ben tre lauree nei suoi anni di studio romani: in filosofia all’Accademia di San Tommaso d’Aquino di Roma, in diritto canonico all’Università Gregoriana e in teologia all’Università La Sapienza. Era appassionato sia di studi letterari, sia di studi scientifici, tanto che si trovò in dubbio se intraprendere lo studio della matematica. Fu grande amico e collaboratore di don Giuseppe Mercalli, noto geologo e creatore dell’omonima scala dei terremoti, che aveva conosciuto come insegnante nel seminario di Milano.

Grande appassionato di sport, divenne presto un esperto alpinista: scalò diverse vette delle Alpi e fu il primo – il 31 luglio 1889 – a raggiungere la cima del Monte Rosa dalla parete orientale; conquistò, benché appesantito dal peso di un ragazzo che portava sulle spalle, la vetta del Gran Paradiso; nel 1889 scalò il Monte Cervino, e nel 1890 il Monte Bianco, aprendo la via che sarà chiamata in suo onore “Via Ratti – Grasselli”.

Monsignor Achille Ratti in montagna (al centro)


Uomo capace di uscire dagli schemi e dai rigidi protocolli (si ricordi il telegramma di felicitazioni da lui inviato alla Scuola militare di alpinismo di Aosta nel 1935, quando era divenuto pontefice), fu nominato arcivescovo di Milano e lo stesso giorno creato cardinale nel concistoro del 13 giugno 1921.

Achille Ratti fu eletto papa nel febbraio1922 alla quattordicesima votazione di un conclave contrastato.

Accettata l’elezione e scelto il nome pontificale, Pio XI, chiese di potersi affacciare dalla loggia esterna della basilica vaticana (in luogo di quella interna utilizzata dai suoi tre ultimi predecessori): la possibilità gli fu accordata e il nuovo pontefice poté presentarsi alla folla raccolta in Piazza San Pietro, alla quale impartì una benedizione Urbi et Orbi.

Si presentò con lo sguardo rivolto verso la città di Roma e non dentro le mura vaticane, segno del suo intento di risolvere la questione romana, con l’irrisolto conflitto tra i suoi ruoli di capitale d’Italia e sede del potere temporale del papa. Dalla folla accorsa davanti alla basilica di San Pietro si levò il grido di esultanza: “Viva Pio XI! Viva l’Italia!”.

Delle sue numerose encicliche mi soffermo solo su Quadragesimus annus, del 1931, dove risuonano ancora oggi attualissime le parole riportate in questo breve estratto:

«Nel nostro tempo è ormai evidente che la ricchezza e un immenso potere sono stati concentrati nelle mani di pochi uomini. Questo potere diventa particolarmente irresistibile se esercitato da coloro i quali, poiché controllano e comandano la moneta, sono anche in grado di gestire il credito e di decidere a chi deve essere assegnato. In questo modo forniscono il sangue vitale all’intero corpo dell’economia. Loro hanno potere sull’intimo del sistema produttivo, così che nessuno può azzardare un respiro contro la loro volontà.»

(Papa Pio XI, Quadragesimus Annus 106-9, 1931)

L’11 febbraio 1929 il papa fu l’artefice della firma dei Patti Lateranensi tra il cardinale Pietro Gasparri e il governo fascista di Benito Mussolini, dopo lunghe ed elaborate trattative. Questo un interessante passaggio della sua allocuzione Vogliamo anzitutto, pronunciata davanti studenti e docenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, due giorni dopo.

«Le condizioni dunque della religione in Italia non si potevano regolare senza un previo accordo dei due poteri, previo accordo a cui si opponeva la condizione della Chiesa in Italia. Dunque per far luogo al Trattato dovevano risanarsi le condizioni, mentre per risanare le condizioni stesse occorreva il Concordato. E allora? La soluzione non era facile, ma dobbiamo ringraziare il Signore di averCela fatta vedere e di aver potuto farla vedere anche agli altri.

La soluzione era di far camminare le due cose di pari passo.

E così, insieme al Trattato, si è studiato un Concordato propriamente detto e si è potuto rivedere e rimaneggiare e, fino ai limiti del possibile, riordinare e regolare tutta quella immensa farragine di leggi tutte direttamente o indirettamente contrarie ai diritti e alle prerogative della Chiesa, delle persone e delle cose della Chiesa; tutto un viluppo di cose, una massa veramente così vasta, così complicata, così difficile, da dare qualche volta addirittura le vertigini. E qualche volta siamo stati tentati di pensare, come lo diciamo con lieta confidenza a voi, sì buoni figliuoli, che forse a risolvere la questione ci voleva proprio un Papa alpinista, un alpinista immune da vertigini ed abituato ad affrontare le ascensioni più ardue; come qualche volta abbiamo pensato che forse ci voleva pure un Papa bibliotecario, abituato ad andare in fondo alle ricerche storiche e documentarie, perché di libri e documenti, è evidente, si è dovuto consultarne molti. Dobbiamo dire che siamo stati anche dall’altra parte nobilmente assecondati. E forse ci voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza Ci ha fatto incontrare; un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale, per gli uomini della quale tutte quelle leggi, tutti quegli ordinamenti, o piuttosto disordinamenti, tutte quelle leggi, diciamo, e tutti quei regolamenti erano altrettanti feticci e, proprio come i feticci, tanto più intangibili e venerandi quanto più brutti e deformi.

E con la grazia di Dio, con molta pazienza, con molto lavoro, con l’incontro di molti e nobili assecondamenti, siamo riusciti “tamquam per medium profundam eundo” a conchiudere un Concordato che, se non è il migliore di quanti se ne possono fare, è certo tra i migliori che si sono fin qua fatti; ed è con profonda compiacenza che crediamo di avere con esso ridato Dio all’Italia e l’Italia a Dio.»

(Papa Pio XI, allocuzione Vogliamo anzitutto)

Passarono alla storia le parole di Pio XI su Benito Mussolini, definito come «un uomo come quello che la Provvidenza Ci ha fatto incontrare; un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale […]».

Patti Lateranensi, così Stato e Chiesa si «riconobbero»

La prima pagina dell’edizione straordinaria de La Gazzetta del Mezzogiorno, pubblicata l’11 febbraio 1929, in occasione della firma dei Patti Lateranensi. Vennero sanciti, per la prima volta dall’Unità d’Italia, gli accordi di reciproco riconoscimento tra il Regno d’Italia e la Santa Sede


Con la firma dei Patti Lateranensi il Cattolicesimo divenne religione di Stato in Italia e il Paese riconosceva come obbligatorio l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole.

Malgrado questo, nella sua enciclica Non Abbiamo Bisogno solo due anni dopo, papa Ratti ebbe a definire il Fascismo come «statolatria pagana».

Pochi mesi dopo l’elezione di papa Pio XI, nel febbraio 1922, come è noto era infatti asceso al potere Benito Mussolini.

Il 6 agosto dello stesso anno Pio XI aveva scritto ai vescovi italiani in occasione dei tumultuosi scioperi e violenze, per condannare le «passioni di parte» e le esasperazioni che portano «ora da una parte, ora dall’altra, a sanguinose offese». Questo atteggiamento di assoluta neutralità fu ribadito il 30 ottobre, due giorni dopo la Marcia su Roma: l’Osservatore Romano scrisse infatti che il papa «si tiene al di sopra delle parti, ma rimane la guida spirituale che sempre presiede ai destini delle nazioni».

Roma, Pio XI legge alla radio il messaggio per il Congresso Eucaristico di Dublino del 1932


Durante gli anni del pontificato di Pio XI si cercherà infatti sempre di raggiungere un accordo e una pacificazione, sia da parte italiana che vaticana. Benché i rapporti tra la Santa Sede e il governo di Mussolini non furono esenti da tensioni, in alcune occasioni anche molto gravi.

Tuttavia, occorre sottolineare come Pio XI attribuisse ai più bassi livelli gerarchici la responsabilità delle aggressioni fasciste alle organizzazioni cattoliche e ad alcuni esponenti cattolici.

Il pontefice impose a don Luigi Sturzo le dimissioni dal Partito Popolare Italiano alla vigilia della discussione alla Camera dei deputati della riforma elettorale. Questa richiesta di dimissioni avvenne nella convinzione di Pio XI che la gerarchia ecclesiastica non avesse dovuto ricoprire incarichi politici.

Ebbe anche parole di secca condanna per l’attentato compiuto da Anteo Zamboni contro Mussolini, che definì: «criminale attentato il cui solo pensiero ci rattrista… e ci fa rendere grazie a Dio per il suo fallimento».

D’altronde mentre era ancora cardinale, nel 1922, poco prima che venisse eletto al soglio pontificio e in occasione di un’intervista concessa al giornalista francese Luc Valti (pubblicata in versione integrale nel 1937 su L’illustration), aveva definito Benito Mussolini con queste parole:

«Quell’uomo, ragazzo mio, fa rapidi progressi, e invaderà tutto con la forza di un elemento naturale. Mussolini è un uomo formidabile. Mi ha capito bene? Un uomo formidabile! Convertito di recente, poiché viene dall’estrema sinistra, ha lo zelo dei novizi che lo fa agire con risolutezza. E poi, recluta gli adepti sui banchi di scuola e in un colpo solo li innalza fino alla dignità di uomini, e di uomini armati. Li seduce così, li fanatizza. Regna sulla loro immaginazione. Si rende conto di che cosa significhi e che forza gli fornisca? Il futuro è suo. Bisognerà però vedere come tutto questo andrà a finire e che uso farà della sua forza.»

Papa Pio XI e Guglielmo Marconi inaugurano la nuova Radio Vaticana. Sulla sinistra, il cardinale Eugenio Pacelli, futuro papa Pio XII


Papa Pio XI venne a mancare improvvisamente nel febbraio 1939, colpito da un attacco cardiaco, proprio il giorno prima in cui avrebbe dovuto pronunciare un importante discorso all’assemblea dei vescovi italiani riuniti per l’occasione.

Vi furono sin dal primo momento moltissimi sospetti sulla sua morte.

C’è chi addirittura scrive che a provocare la morte del pontefice sarebbe stato il medico personale di Pio XI, Francesco Saverio Petacci, padre di Claretta – l’amante del Duce – e che Mussolini e il Fascismo ne avrebbero beneficiato.

Ma le cose non stanno affatto così. L’unica verità certa è che non esiste alcuna prova a sostegno di una simile, inverosimile, tesi.

Mussolini avrebbe avuto infatti tutto da perdere con la scomparsa di papa Pio XI. E la sua morte improvvisa segnerà anche irreparabilmente gli esiti del conflitto mondiale imminente.

D’altronde la morte arrivò proprio ad orologeria, immediatamente prima che la sua enciclica Humani generis unitas contro il razzismo potesse essere resa pubblica e il giorno prima che egli potesse tenere il suo importante discorso.

Come abbiamo visto, malgrado alti e bassi, Pio XI manteneva un rapporto di stima verso Mussolini e di tolleranza con il Fascismo, al di là di vicende incresciose e violenze immotivate le cui origini dovrebbero essere ricercate nell’azione di uomini ufficialmente fascisti, ma che poi risultarono essere iscritti anche alla massoneria, come Giovanni Giuriati.

La morte di Pio XI segnerà la fine di quegli equilibri e farà sì che quell’importante discorso non venisse mai pronunciato. Né l’enciclica Humani generis unitas verrà pubblicata: non ne conosceremo mai il testo esatto come voluto dal pontefice.

Humani generis unitas fu materialmente scritta da tre padri gesuiti guidati da John La Farge e su incarico di Pio XI nel 1938. La bozza del testo, da quanto risulta, rimase segreta fino al 1995 quando fu pubblicata in Francia da Passelecq et Suchecky intitolata L’Encyclique Cachée de Pie XI, e quindi nel 1997 in lingua inglese con il titolo The Hidden Encyclical of Pius XI.

Fu il seminarista gesuita Thomas Breslin a scoprire le copie microfilmate dell’enciclica e dei documenti annessi nel 1967 mentre procedeva alla catalogazione degli archivi del confratello John La Farge.

Rimarrà merito del pontificato di papa Benedetto XVI se nel giugno 2006 tutta la documentazione relativa al pontificato di Pio XI e presente nell’Archivio apostolico vaticano è stata desecretata. Nel settembre dello stesso anno gli studiosi poterono consultare più di 30.000 documenti.

La bozza dell’enciclica condanna chiaramente il razzismo e l’antisemitismo di stampo razziale, ma il documento affonda le radici in quello che viene definito antigiudaismo teologico. La bozza di Humani generis unitas critica la maggioranza degli ebrei per non riconoscere Gesù Cristo come il vero Messia.

Ne riporto un estratto importante, così come sulla stessa Wikipedia:

«D’altra parte, accecati da una visione di dominazione materiale e di guadagno, gli Israeliti hanno perso quello che essi stessi avevano cercato. Poche anime elette, tra i quali sono stati i discepoli e seguaci di Nostro Signore, i primi cristiani ebrei, e, nel corso dei secoli, alcuni membri del popolo ebraico, erano un’eccezione a questa regola generale. Con l’accettazione della dottrina di Cristo e il loro inserimento nella Sua Chiesa, hanno condiviso l’eredità della sua gloria, ma sono rimasti e rimangono ancora un’eccezione. “Che dire dunque? Israele non ha ottenuto quello che cercava; lo hanno ottenuto invece gli eletti; gli altri sono stati induriti” (Lettera ai romani 11,7).»

Il testo afferma che:

«Da una misteriosa provvidenza di Dio, questo infelice popolo, distruttore della sua stessa nazione, i cui leader, fuorviati, avevano invocato sul loro capo una maledizione divina, furono condannati, per così dire, a vagare perpetuamente sulla faccia della terra, ma comunque mai gli era stato consentito di perire, si sono conservati attraverso i secoli fino ai nostri giorni. Nessuna ragione naturale sembra spiegare questa persistenza secolare, questa coerenza indistruttibile del popolo ebraico.»

(Bozza Humani generis unitas, paragrafo 136)

È evidente che il testo appena letto sarebbe risultato assolutamente non gradito alla lobby anglo sionista, e in particolare nel 1939, l’anno che Mussolini indicherà come l’inizio della crisi in Italia e in Europa. Inoltre non sappiamo se in origine esistevano parti non pervenute con la bozza dell’enciclica pubblicata nel 1995, che quindi non conosceremo mai.

Benito Mussolini tenterà in ogni modo di fermare l’imminente conflitto, ma si scontrerà con l’ostilità di Winston Churchill, determinato fortemente a volere lo scoppio della guerra. La scomparsa della grande borsa di pelle contenente i documenti che provavano le pesanti responsabilità di Churchill e che Mussolini portava con sé fino al momento della sua cattura, consentirà di nascondere la verità e addossare mediaticamente e storicamente l’entrata dell’Italia in guerra alla presunta “brama di potere” di Benito Mussolini.

In tal contesto, sembra proprio che la voce scomoda di papa Ratti dovesse essere fermata a qualunque costo. La sua morte, oltre a segnare inevitabilmente l’esito del conflitto, segnerà anche il destino dell’Italia, quella stessa Italia di cui papa Pio XI aveva sempre dimostrato di desiderarne il bene, pur mantenendo la giusta imparzialità super partes che è prerogativa del Vicario di Cristo.

Come abbiamo visto, giornali e opinionisti vari, a partire dal dopoguerra fino (incredibilmente) ad oggi, continuano ad accusare Benito Mussolini e l’archiatra del pontefice della morte di papa Pio XI. L’occasione è ghiotta e il gioco facile.

Il modello pare sia stato esportato attualmente anche con il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin, detto anche, da tutti i mezzi di comunicazione occidentali, “l’avvelenatore”.

Inoltre è assolutamente evidente che solo alcuni uomini vicini alla cerchia del pontefice potevano essere informati sui contenuti della bozza dell’enciclica scomparsa e di quel discorso mai pronunciato, mentre è del tutto inverosimile pensare che Mussolini ne fosse a conoscenza.

Papa Pio XII

Eugenio Pacelli, segretario di Stato durante il pontificato di Pio XI e poi passato alla storia come papa Pio XII, ritenne opportuno non pubblicare l’enciclica del suo predecessore.

Pacelli fu eletto pontefice il 2 marzo 1939, dopo soltanto tre scrutini e un unico giorno di votazioni.

Da una lettera emersa dall’Archivio vaticano si evince che il segretario di Stato cardinale Pacelli diede disposizione per distruggere il discorso mentre era già in tipografia. La lettera, del 15 febbraio 1939, è a firma di Domenico Tardini, in quel momento collaboratore della segreteria di Stato vaticana.

Ne riporto un estratto, sempre da Wikipedia: «Mi telefona S.E. Mons. Montini. Gli ha telefonato il cardinal Pacelli per dare i seguenti ordini: 1) che Mons. Confalonieri consegni tutto quel materiale che ha circa il discorso che S.S. Pio XI aveva preparato per l’adunanza dei vescovi dell’11 febbraio; 2) che la tipografia distrugga tutto il materiale che ha (bozze, piombi) […]».

La morte improvvisa di papa Ratti segnò anche un cambio di passo: Pio XI durante tutto il suo pontificato aveva cercato di mantenere il clero fuori dall’appartenenza a qualunque ideologia politica; il pontificato di Pio XII fu orientato invece verso una collaborazione attiva, tanto da posizionare, tra il 5 e il 6 marzo 1939, nella Biblioteca Apostolica in Vaticano, delle microscopie in un sofisticato impianto di intercettazione ambientale, allo scopo di registrare quattro cardinali, di cui uno era sospettato di avere simpatie hitleriane. Allo scopo venne usata una gigantesca macchina di registrazione regalata al Vaticano da Guglielmo Marconi, sotto il pontificato del defunto papa Pio XI.

Papa Pacelli tentò il sabotaggio dei piani di Hitler, costituendo un clandestino «Comitato degli ordini» tra i più alti esponenti dei gesuiti e dei domenicani tedeschi con l’incarico di rastrellare documenti e progetti bellici del Fuhrer da tutte le fonti possibili, dalle centraliniste alle segretarie, ai funzionari di governo ostili al regime. Tramite religiosi che avevano avuto dal papa la speciale dispensa per indossare abiti borghesi e «vivere al di fuori delle regole dell’ordine», si inviavano messaggi e dispacci Oltretevere, che a sua volta faceva in modo di farli pervenire a Londra e Washington.

Papa Pio XII, fotografia di Yousuf Karsh (1945)


Queste notizie inedite sono riportate nel libro Le spie del Vaticano (Mondadori, pp.369 ss.) di Mark Riebling. Lo storico attingendo a numerosi archivi, fra cui i National Archives and Records Admnistration statunitensi e quelli vaticani, ricostruisce dettagliatamente le trame con cui Pio XII cercò di provocare la caduta del tiranno. Il pontefice prendeva in seria considerazione, come dimostra Riebling, l’eventualità di un colpo di Stato e si dichiarava disponibile a far da mediatore tra i cospiratori e gli Alleati.

Questo potrebbe spiegare bene il silenzio delle autorità ecclesiastiche sulle stragi ad opera dei partigiani, avvenute sul suolo italiano a pochi chilometri dal Vaticano, subito dopo il termine del conflitto bellico mondiale.

E rimangono pesanti le parole pronunciate da Benito Mussolini nella sua ultima Intervista: «La Chiesa Cattolica non vuole, a Roma, un’altra forza. La Chiesa preferisce degli avversari deboli a degli amici forti. Avere da combattere un avversario, che in fondo non la possa spaventare e che le permetta di avere a disposizione degli argomenti coi quali ravvivare la fede, è indubbiamente un vantaggio. Diplomazia abile, raffinata. Ma, a volte, è un gran danno fare i superfurbi. Con la caduta del Fascismo, la Chiesa Cattolica si ritroverebbe di fronte a nemici d’ogni genere: vecchi e nuovi nemici. E avrebbe cooperato ad abbattere un suo vero, sincero, difensore». «Nel Sud, nelle zone cosiddette liberate, l’anticlericalismo ha ripreso in pieno il suo turpe lavoro».

Di fatto, da quel momento storico, le porte ai nemici della Chiesa Cattolica in territorio italiano, furono aperte. Le stragi di tantissimi preti cattolici del Nord Italia ne costituiscono la prova incontrovertibile, mentre la cultura degli ambienti di sinistra e la loro ideologia corrosiva e anticattolica penetravano lentamente, fin da allora, tutti gli strati della società italiana.

Il partito della Democrazia Cristiana e i tempi della dissoluzione

La Democrazia Cristiana fu un partito profondamente infiltrato: dopo i primi ardori e i facili entusiasmi, ha mostrato la sua vera natura anticristiana e contro l’Italia.

Lascerò parlare i testimoni dell’epoca, senza attingere alle tante bugie scritte in numerosi libri o articoli.

Mio padre aveva vent’anni nel 1945. Ha vissuto dunque tre epoche: la prima del Fascismo, seppur giovanissimo, la seconda e la terza della Prima e Seconda Repubblica.

Entrato giovanissimo a far parte dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, ebbe modo di constatare direttamente quanto accadde nel tempo. L’Istituto della Previdenza Sociale, così come lo aveva concepito Mussolini, era un gioiello di assistenza verso le fasce bisognose e più deboli della popolazione italiana. Tale rimase anche nel primo dopoguerra, mentre i lavoratori dell’Istituto potevano godere di un premio di rendimento, che valorizzava l’impegno che ciascuno poneva nello svolgere il proprio lavoro.

Questo meccanismo perfetto, che garantiva la popolazione e l’efficienza effettiva e sostanziale dei lavoratori allora parastatali, naturalmente non durò troppo a lungo nella Prima Repubblica.

Mio padre non poteva non constatarlo: conservava scrupolosamente ritagli di giornale dove vi erano articoli in merito a quanto stava accadendo. Aveva la capacità di saper leggere gli avvenimenti ed anticipare il futuro, che non vedeva roseo: per questo i colleghi di lavoro lo soprannominavano scherzosamente “Cassandra”.

Tuttavia egli rimaneva sempre fiducioso che prima o poi si sarebbe verificata una svolta, che sarebbe accaduto il cambiamento.

Mentre colpo dopo colpo veniva distrutta l’assistenza sociale e sanitaria che lo Stato fino a quel momento aveva garantito alla popolazione, mio padre prefigurava con rammarico i prossimi scenari. Sapeva bene chi fossero le famiglie e i gruppi di potere appartenenti alla potentissima finanza anglo sionista che comandavano il mondo: Rothschild, Rockefeller, Warburg, ecc. Potentissima finanza che, come abbiamo visto, papa Pio XI aveva già ben stigmatizzato nella sua enciclica Quadragesimus annus.

E sapeva altrettanto come la massoneria, che non è mai “buona”, avesse profondamente infiltrato la Chiesa Cattolica e le Istituzioni.

Non esiste la massoneria “deviata”, come vorrebbe oggi il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri. Nascosta dietro un’apparente facciata di filantropia, si cela la vera natura della massoneria: è satana, il grande architetto, che adorano i suoi vertici.

Mio padre era consapevole dove la politica di un partito cristiano soltanto in superficie, come tutta la politica, stava conducendo l’Italia. Malgrado le apparenze, malgrado l’Italia sarebbe divenuta poi la quarta potenza industriale al mondo, malgrado il tenore di vita ben più alto di oggi degli italiani.

Aveva vissuto i tempi del Fascismo, che avevano significato anche la costruzione di grandi opere pubbliche, in tutta Italia e specialmente al Sud. Il Sud infatti, dalla famosa Unità d’Italia nel 1860, era stato relegato volutamente dal governo monarchico a uno stato di degrado e di abbandono, costringendo tanti ad emigrare all’estero.

Contrariamente a quanto si legge sui libri di scuola, infatti, sotto la dinastia dei Borboni il Sud Italia conobbe un periodo di floridità e di sviluppo economico e culturale. Dopo la spedizione dei Mille e l’annessione del Sud al Regno d’Italia, iniziò la parabola involutiva del Meridione d’Italia: il bilancio in attivo del Regno delle due Sicilie servì al Regno piemontese per appianare i debiti contratti con le guerre d’indipendenza. L’imposizione di tasse altissime da parte del governo centrale, che i contadini non potevano pagare, danneggiarono gravemente l’agricoltura e lasciarono la popolazione locale in condizioni di indigenza.

Il fenomeno, definito in Piemonte come “brigantaggio”, in realtà nacque come forma di dissenso e di protesta che rivendicava fedeltà al Papa e al re Francesco II di Borbone. Fece seguito dal governo centrale una feroce repressione anche contro la popolazione inerme, che molto aveva in comune con le stragi ad opera dei partigiani. A Castellammare del Golfo, situata a circa 50 chilometri da Trapani, città che al tempo dei Borboni era stata un florido centro commerciale, dopo la rivolta che esplose con rabbia della popolazione il 1° gennaio 1862, avvenne per rappresaglia la fucilazione di una bambina di appena 9 anni, Angela Romano, e di altre sei persone, fra cui una donna non vedente di 30 anni, un’invalida di 50 anni e un sacerdote.

Infatti dietro al comunismo dei partigiani o dietro alla monarchia del Regno d’Italia, le forze occulte che si muovevano, dettando linee e direttive, erano sempre le stesse: le massonerie.

Con l’arrivo nei primi anni Venti del Fascismo, il Meridione, per la prima volta dopo tanti anni di annessione al Regno d’Italia, aveva conosciuto, seppure per breve tempo, un periodo di riscatto.

Tuttavia, al termine del conflitto mondiale, ben presto sarebbero ricominciati i tempi della paralisi burocratica, della corruzione dilagante penetrata in tutti gli strati della società, dell’immobilismo e dell’inefficienza programmata della Cosa pubblica.

Questo fenomeno fu ben più visibile nel Sud Italia piuttosto che al Nord: un caso emblematico è rappresentato dalla cronica mancanza di infrastrutture, con la Salerno – Reggio Calabria mai completata. Oppure il ridicolo binario ferroviario rimasto ancora incredibilmente unico in Sicilia, che è arrivato intatto come un vecchio cimelio fino ad oggi: provate ad indovinare chi lo aveva costruito?

Non state sbagliando se pensate a Mussolini.

“Chi comanda a Palermo?”

È sintomatico come il giudice Giovanni Falcone, intervistato un giorno d’inizio 1983 a Palermo da un’intraprendente giornalista, alla domanda di lei: «Chi comanda a Palermo?», rispose senza mezzi termini: «Comandano i cavalieri, ma sul giornale questo lei non può scriverlo».

La giornalista contrariata ed incerta chiese allora: «I cavalieri del lavoro?».

E Falcone spazientito: «Che c’entrano i cavalieri del lavoro?».

Allora la giornalista azzardò, molto incerta: «I cavalieri del Santo Sepolcro, allora?».

«Esatto», rispose Falcone, «ma sul suo giornale non può scriverlo».

Il contenuto col suo seguito di questa intervista vedrà la luce solo nel libro “La città marcia”, edizioni Marsilio. La giornalista si chiama Bianca Stancanelli.

Falcone non rispose “la mafia” alla domanda della Stancanelli, come ci si poteva aspettare. L’intervista avvenne mentre Giovanni Falcone stava traslocando dal suo ufficio, spostando avanti e indietro fascicoli e faldoni dalla scrivania agli armadi, senza mai fermarsi.

Fu allora che la stessa giornalista notò che chiunque avrebbe potuto sparargli nella schiena dalla grande vetrata dove si trovavano, al piano terra di Palazzo di Giustizia. D’altronde il giudice Falcone camminava ogni giorno a Palermo senza scorta e nessuno gli aveva mai sparato.

Si aspettò invece quel giorno di fine maggio in autostrada, all’altezza di Capaci, e non a caso alla vigila della Seconda Repubblica, perché non fu certo la mafia a prendere la decisione di ucciderlo.

Così come era già avvenuto con Enrico Mattei, nel 1962.

Nel giugno 1992, circa un mese dopo l’attentato sull’autostrada A29 Palermo – Mazara del Vallo, avrà luogo la riunione sul panfilo Britannia, dove erano presenti la regina Elisabetta e cento delegati della City londinese insieme con il presidente e gli amministratori delegati delle industrie italiane pubbliche. Fu allora che Mario Draghi, anche lui presente sul panfilo, prese la parola per illustrare la necessità di ‹‹un’ampia privatizzazione che avrebbe scosso le fondamenta dell’ordine socioeconomico, ripristinato i confini tra pubblico e privato e indotto un ampio processo di deregolamentazione››.

Follow the money, perché il metodo-Falcone è ancora attuale

Il giudice Giovanni Falcone (Palermo, 18 maggio 1939 – Palermo 23 maggio 1992)


A prendere la decisione di assassinare il giudice Giovanni Falcone con la sua scorta e in modo roboante perché non ci si dimenticasse, furono quegli stessi poteri forti transnazionali a cui Falcone, con la sue indagini, con il suo “seguire il flusso di denaro”, aveva dato molto fastidio. Falcone era arrivato infatti ai vertici di comando situati fuori dall’Italia che destabilizzavano il Paese. E ancora una volta la mafia sarà solo il braccio armato, ancora una volta, solo mera esecutrice.

La mafia, come sempre dalla sua stessa nascita, sarà utile a quei poteri transnazionali di cui essa è a totale servizio tramite la massoneria. Esiste infatti un occulto collegamento tra le associazioni criminali e quelle massoniche.

La mano della mafia sarà utile anche come veicolo di depistaggio per l’opinione pubblica, nonché esecutrice materiale della strage. La nascita della mafia in Sicilia, come associazione e con tale denominazione, fu espressamente favorita dal governo del Regno d’Italia allo scopo di tenere sotto scacco la popolazione locale e soffocare le numerose rivolte contadine avvenute dopo l’Unità d’Italia.

Rivolte che venivano puntualmente represse nel sangue dall’esercito del re Vittorio Emanuele II di Savoia.

Fu il giudice Rocco Chinnici, assassinato dalla mafia, ad affermare nel 1978: «La mafia nasce e si sviluppa [in Sicilia, n. d. r.] dopo l’unificazione del Regno d’Italia».

Mentre l’agenda rossa del giudice Paolo Borsellino scomparve nel nulla, dopo la strage di via d’Amelio del 19 luglio 1992, esattamente come parecchi anni prima era scomparsa anche la borsa di pelle gialla che Benito Mussolini portò con sé fino alla fine.

Dopo l’attentato fu tutto un susseguirsi di menzogne e depistaggi in cui si trovarono coinvolti uomini dello Stato, come agenti di polizia e uomini dei servizi.

Non fu certo la mafia a sottrarre l’agenda di Paolo Borsellino e fra le sue pagine non c’erano soltanto nomi appartenenti alla politica italiana, come si disse. Tra quelle pagine dovevano esservi i nomi di quei referenti sovranazionali che avevano messo a rischio la sicurezza del Paese esattamente come quasi cinquant’anni prima, in quella borsa di pelle, si trovavano le prove della colpevolezza di chi, fuori dall’Italia, aveva tramato per innescare lo scoppio del Secondo conflitto mondiale.

Ma torniamo a quei primi mesi del 1983. Sono gli anni della Prima Repubblica; siamo a Palermo che vuol dire Sicilia. La Stancanelli descrive quegli anni «del sangue e della furia: la guerra di mafia aveva seminato cadaveri e lupare bianche. I morti ammazzati si contavano a decine».

In quello stesso 1983 furono uccisi, il 25 gennaio a Valderice, il magistrato di origine trapanese Giangiacomo Ciaccio Montalto e il 29 luglio a Palermo, il magistrato palermitano Rocco Chinnici. Già il 3 settembre 1982 era stato assassinato a Palermo il generale piemontese Carlo Alberto dalla Chiesa insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro.

Dire Sicilia significa dire Italia. La Sicilia è sempre stata il banco di prova dell’intero Paese.

Nel resto d’Italia la strategia della tensione era stata posta in essere nel decennio antecedente dai numerosi spargimenti di sangue ad opera delle Brigate Rosse, fino all’assassinio di Aldo Moro. Dietro si celavano ancora una volta i servizi segreti e lo stato profondo americano.

Perché «l’Italia, quarta potenza industriale al mondo» avrebbe dovuto fare i conti, anzitutto, con queste realtà: ecco perché chi scrive con nostalgia della Prima Repubblica, se in buona fede, non sa davvero di cosa stia parlando.

In Sicilia, in quegli stessi anni Ottanta, era l’epoca delle attese interminabili ai pronto soccorso, della malasanità, della totale indifferenza e dell’incuria.

La malasanità e la distruzione della scuola 

Oggi, come accade in Italia, e con l’avvento della Seconda Repubblica, lentamente tutto è salito fino al Nord: la sanità pubblica di Milano, un tempo fiore all’occhiello della città, è solo un lontano ricordo. Le attese interminabili ai pronto soccorso sono giunte puntualmente anche lì, così come la perenne carenza di personale sanitario: è di poco più di un mese fa la notizia che il numero dei medici operativi nelle guardie mediche potrebbe essere ridotto.

Nonostante qualche professionista abbia affermato come così si metta a rischio il servizio di assistenza essenziale nella città. Il medico non potrà più recarsi in visita da un malato nonostante stia sospettando una polmonite.

Mio padre ripeteva spesso, mentre frequentavo le scuole superiori in quei “mitici” anni Ottanta: «Stanno distruggendo la scuola».

La scuola era ancora fondata allora – malgrado tutto – sulla riforma Gentile, dal nome del filosofo siciliano che l’aveva ideata in epoca fascista. Giovanni Gentile era profondamente cattolico, e con la sua riforma furono formate intere generazioni di studenti.

Di lì a pochi anni sarebbe arrivato il tempo dei quiz, dello studio degli autori volutamente decontestualizzato dalla storia in letteratura italiana, non offrendo agli studenti il fondamento necessario per comprendere l’evolversi degli avvenimenti ed inquadrare il profilo di ogni autore e il valore della sua opera.

«Noi suppliamo a questa carenza come possiamo», mi disse un giorno una giovane professoressa.

«Cerchiamo di far studiare gli autori illustrando il dovuto contesto storico: ma lo facciamo noi, perché i programmi non lo prevedono più».

Correva l’anno 1999: era da poco nata la Seconda Repubblica, ma come abbiamo visto quel terreno era stato preparato accuratamente già da molto, molto tempo.

Ecco perché chi vuole la Prima Repubblica fondata su valori cristiani, sbaglia. La Prima Repubblica aveva lo scopo di traghettare seppur lentamente l’Italia verso la Seconda e verso il momento in cui si trova adesso.

Chi parla con toni entusiastici della Prima Repubblica desidera forse un ritorno al passato sotto l’egida di Washington, desidera un’Italia in definitiva nuovamente succube e mai sovrana.

La sovranità perduta dell’Italia

Ma l’Italia, in un rinnovato equilibrio mondiale, deve riacquistare la propria sovranità senza essere sottomessa alle dipendenze di Washington, Tel Aviv, Mosca o Pechino. Solo così potrà riacquistare la propria libertà: non lasciatevi ingannare.

L’Italia al termine del secondo conflitto divenne infatti terreno di conquista per i vincitori, non certo alleata. È significativo come Winston Churchill, nel settembre del 1945, venne in villeggiatura sul lago di Como in compagnia della figlia. Sullo stesso lago dove nei dintorni solo pochi mesi prima si era consumato il massacro del seguito di Benito Mussolini, nonostante le rassicurazioni davanti al cardinale di Milano, Ildelfonso Schuster, che non sarebbe stata versata una goccia di sangue.

Winston Churchill mentre dipinge, come era solito fare in vacanza e come fece trovandosi in prossimità del lago di Como


Da allora, furono molti gli uomini ricchi e potenti che comprarono casa sui laghi italiani come se fossero a casa loro.

In particolare il lago Maggiore – come ha riportato poco tempo fa Cesare Sacchetti – è diventato recentemente il punto di affluenza di cittadini israeliani che si stanno trasferendo in quella zona e sembrerebbe sia stato scelto come una centrale di spionaggio internazionale per condurre determinate operazioni, ovviamente con il placet del governo italiano. Questo non farebbe che confermarci come Israele abbia assunto un ruolo sempre più rilevante nel dirigere la politica estera dell’Italia e dei Paesi dell’Europa occidentale.

L’ultimo sogno e il Segreto di Fatima

Benito Mussolini aveva sognato negli ultimi giorni della sua vita un giovane puro che avrebbe restituito all’Italia la sua sovranità nazionale e i poteri forti temettero fortemente che tale sogno potesse davvero realizzarsi, ecco perché condannarono Mussolini, dopo averlo assassinato, anche alla damnatio memoriae per impedire che ciò accadesse.

Credo tuttavia che, malgrado tutto, il nostro Paese tornerà a riavere in un tempo non lontano la propria indipendenza e la propria sovranità nazionale.

Dovrà essere un’Italia capace di recuperare con orgoglio le sue origini che affondano nella civiltà ellenistica prima e in quella romana poi.

Furono i romani a porre le fondamenta per il diritto moderno e le basi per la civiltà come la conosciamo oggi. Il nostro patrimonio storico e culturale è invidiato in tutto il mondo.

Il momento particolarissimo che stiamo vivendo oggi ci indica che esistono le premesse perché il sogno di un’Italia realmente sovrana si possa avverare.

La Russia sta giocando in questa partita un ruolo chiave e questi due Paesi, Russia e Italia, benché lontani anche per identità e cultura, sono comunque legati fra loro: uniti dalla medesima tradizione cristiana che li accomuna. Ma uniti anche nel mistero di Fatima.

La Storia non sfuggirà infatti alla profezia di Fatima, che non si è ancora compiuta. Benché la massoneria tema molto questo avvenimento e cerchi in ogni modo di distruggerne il messaggio.

«Noi distruggeremo Fatima»aveva proferito il cardinal Ravasi di fronte ad uno speranzoso Vladimir Putin.

Ma le cose di Dio non sono nel potere dell’uomo, né di chi lo governa, come il maligno. Grano e loglio sono destinati a crescere insieme fino alla mietitura. Ecco perché qualunque cosa faccia l’uomo, anche per impedirlo, il regno di Dio crescerà ugualmente.

Se la Russia fa parte del mistero di Fatima, anche l’Italia è un Paese chiave. La Madonna fu molto chiara nelle sue apparizioni a Civitavecchia e le sue parole si sono tristemente avverate nei tempi odierni.

Il Paese che porta nel suo stendardo San Giorgio nell’atto di uccidere il drago, satana, sta facendo la propria parte in quella che ormai chiaramente ha assunto la connotazione di una lotta all’ultimo respiro contro il male, benché i suoi nemici cerchino inutilmente di fermarlo.

All’Italia spetta altrettanto di ritornare a ricoprire il suo vero ruolo: essere guida spirituale nel mondo. Papa Pio XI si rallegrò molto all’indomani della conclusione dei Patti Lateranensi nella sua allocuzione Vogliamo anzitutto per aver restituito «Dio all’Italia e l’Italia a Dio».

Ma i poteri forti eliminarono papa Pio XI e condannarono anche il suo pontificato all’oblio. Di questo grandissimo e coraggioso pontefice infatti si parla sempre troppo poco.

E il Concordato, quando fu oggetto di revisione nel 1984, non riconobbe più il Cattolicesimo religione di Stato in ossequio al principio della laicità dello Stato italiano. Ma quella che fu celebrata allora come un’apparente conquista, in realtà avrebbe ulteriormente spalancato le porte dell’Italia ai suoi nemici.

Fino ad arrivare ai nostri giorni, quando il tessuto democratico del Paese è ormai lacerato e compromesso, come aveva previsto già allora il presidente del Consiglio Bettino Craxi.

Nelle scuole italiane si è giunti al punto di sospendere senza stipendio un insegnante che osa far costruire un piccolo rosario e recitare qualche preghiera ai bambini durante le ore di lezione, mentre a coloro che professano altre religioni lo Stato italiano mette a disposizione persino i locali all’interno degli edifici scolastici per poter esercitare meglio il loro culto.

Ma in quello che si sta rivelando come un momento unico della nostra Storia, dopo la demolizione programmata e i tanti spargimenti di sangue voluti dai nostri nemici che hanno messo a dura prova il nostro Paese, spetta a noi il compito della ricostruzione, che non potrà non passare dalla devozione al Cuore Immacolato di Maria.

È nel Suo nome infatti la rinascita dell’Italia.

Devozione che i nostri antenati hanno conservato gelosamente con fervore nei secoli e che ha permesso di trovare identità e coesione ad un popolo molto diverso da nord a sud.

La nostra devozione alla Madre di Dio, che dovremmo avere anche il coraggio di promuovere, permetterà e affretterà il trionfo del Suo Cuore Immacolato.

Sarà allora il momento in cui vedremo finalmente il Santo Padre consacrare la Russia al Cuore Immacolato di Maria, in un’Italia definitivamente sovrana.

E sarà concesso al mondo un tempo di pace.

19 luglio 2023

Nel 31° anniversario del vile attentato che costò la vita al giudice Paolo Borsellino e agli uomini e alle donne della sua scorta 

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